Le miniere d’argento del Cerro Rico la montagna mangia uomini

Nel 1700 le miniere d’argento del Cerro Rico facevano di Potosì (Bolivia) una delle città più ricche del mondo. Quella che secoli di sfruttamento hanno consegnato al terzo millennio non ha nulla a che vedere con la città del passato. Nel 2008 Potosì mantiene intatto il fascino dell’epoca coloniale, ma la povertà la respiri, la vedi dappertutto. I potosini amano raccontare ai viaggiatori disposti ad ascoltare che con tutto l’argento che si sono portati via gli spagnoli si sarebbe potuto costruire un ponte lungo fino a Madrid. cerroLa gente qui muore però di fame, nel senso letterale e più crudo del termine.
Arrivando in autobus alla frontiera dall’Argentina, il mal di montagna – che i boliviani chiamano soroche – ti coglie all’improvviso. E’ sufficiente alzarsi di scatto dal proprio sedile per capire che il fisico ci mette un po’ per metabolizzare i 4.200 metri di altitudine. image
Il terminal è colorato e chiassoso come mi aspettavo. Gli indigeni portano tutti la bombetta, il tradizionale cappello, e mantelli variopinti. Mi è difficile assegnare un’età alle donne che portano i bambini legati sulla schiena con drappi multicolore e che si coprono il viso per non farsi fotografare. Quella macchina infernale che porto al collo infatti, secondo le credenze aymara e quechua – i due principali gruppi etnici boliviani –, ruba l’anima. Se voglio ritrarre il volto delle signore andine devo farlo di nascosto. imageA quest’altitudine, per alcuni giorni, anche il fare una rampa di scale diventa un’impresa titanica e tutte le notti un immancabile mal di testa arriva a turbare il riposo di quelli che non sono abituati
image

Nella città ci sono oltre 240 miniere, più di 200 sono di proprietà di privati che vivono nel lusso a Sucre, la capitale costituzionale del paese. A Potosì è d’obbligo una visita a questi luoghi, residui di un passato che sembra voler durare in eterno. Mi sento male, sembra una sorta di voyerismo, un giardino zoologico umano. Ma Helen, la guida, la vede diversamente: i “turisti” – e io lo sono, anche se odio pensarmi come tale – portano una merenda ai lavoratori e li aiutano a sopravvivere. Dalle miniere ormai esce ben poco e ci sono giorni in cui i minatori non guadagnano niente. E’ una fortuna che ci sia qualcuno che li aiuti. Forse Helen ha semplicemente capito con chi ha a che fare, ma mi convince. Passiamo a comprare un po’ di dinamite – in Bolivia è legale image

i lavoratori le tengono in bocca per restare svegli e non sentire i morsi della fame. La coca fa anche loro da orologio, le circa 500 foglie che tengono in bocca cambiano sapore e diventano amare all’incirca ogni tre ore, così sanno che quattro “carichi” corrispondono a un turno.minatore
Per entrare in questi luoghi, che noi ragazzi degli anni ’80 associamo alle esperienze della generazione dei nostri nonni e che abbiamo sempre pensato in bianco e nero, bisogna inginocchiarsi ed entrare in quella che non sembra niente altro che una piccola grotta, ma che porta a un mondo fatto di miseria e desolazione. image

Genaro ha 17 anni, ma ne dimostra molti di più, ed è uno dei circa 3.800 minatori – tra cui ci sono anche 66 donne – che lavorano in città. Le prime 12 ore non ha trovato niente, quindi fa il doppio turno: un giorno interno a 50 metri sotto terra per non morire di fame. Mi chiede quanti anni ho e se ho figli. Alla mia risposta sfoggia un sorriso irriverente e mi chiede se ho qualche problema. A Potosì la vita ti brucia in fretta e a 27 anni non puoi permetterti di essere poco più che un adolescente, come in Italia. Don Bruno invece di anni ne ha 52, anche se le rughe che solcano il suo viso suggerirebbero qualche lustro in più. E’ malato di silicosi e aveva smesso di lavorare, ha dovuto rimboccarsi le maniche e ricominciare. Suo figlio è allo stadio terminale della stessa malattia, contratta nell’identico posto, e qualcuno deve badare a lui. Non ha salario fisso e non ha assistenza così, sfidando la malattia, deve scendere sotto terra 12 ore al giorno per sette giorni la settimana. E’ impossibile non sentirsi in colpa. Mi trovo ridicolo nella divisa da minatore che ho noleggiato per non sporcarmi le scarpe e i pantaloni.

image

Helen ci porta a vedere un pupazzo di argilla, decisamente brutto secondo le categorie estetiche europee, è il Tio. Nome che deriva da una storpiatura di Diòs, image

Iil Tio – ce ne sono molti in tutte le miniere – era il guardiano. I colonizzatori facevano credere agli indigeni che quei pupazzi fossero degli dei che controllavano il loro lavoro. Dopo l’indipendenza però, la percezione del Tio è cambiata ed è diventato un amico in più con cui dividere le ore in questi posti dove il sole non arriva mai. I minatori si passano una sigaretta esprimendo un desiderio a ogni boccata, infine la mettono in bocca al Tio che dovrà esaudirli. E’ un rito in cui vengo coinvolto in maniera naturale da ragazzi più giovani di me che hanno accettato di trasformare, per alcuni minuti, le loro tragiche storie in attrazione per un turista. Inutile dire che il Tio quei desideri non li realizzerà mai.

Autore: Andrea Fagioli
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...