SETTEMBRE 1943,GLI ECCIDI NAZIFASCISTI DI MATERA, CERIGNOLA, BARLETTA, NAPOLI E…

Il 21 settembre del 1943, Matera, esasperata dai soldati dell’esercito occupante che entravano armi spianate nelle case, rovistando nelle ville dei signori e nei sassi dei cafoni, svergognando le donne, e rubando quanto c’era, insorse contro i tedeschi che, non contenti di depredare, rastrellavano le strade per catturare civili “sospetti” e soldati profughi da imprigionare nel palazzo della milizia. Durante la rapina in una gioielleria condotta da due soldati della Wermacht, sopraggiunsero alcuni militari italiani chiamati per fermarli, i rapinatori tedeschi reagirono con le armi e nello scontro restarono uccisi. I materani cercarono inutilmente di occultarne i cadaveri per non scatenare rappresaglie, ma la rabbia dei paesani contro tali e tanti soprusi montava incontenibile, era insurrezione. Emanuele Manicone entrava in una sala da barba per accoltellare un tedesco, e correva poi per le strade a chiamare i paesani alla guerra contro gli invasori. “Cacciamele, cacciamele” urlavano con lui i lucani, pronti a combattere come i loro nonni briganti avevano combattuto gli occupanti piemontesi per dieci anni, e i loro antenati quelli romani, mentre il sottotenente Francesco Paolo Nitti disponeva i militari italiani alla difesa distribuendo armi anche ai civili. 
I tedeschi si scatenarono con le mitragliatrici, sparando contro chiunque avvistassero. Fu guerra per le strade del corso e della piazza e giù per quelle dei sassi, cadevano uomini di qua e di là. L_Anniversario-delle-Quattro-Giornate-a-Napoli-Programma-degli-Eventi-Morì un finanziere, Vincenzo Rutigliano, accorso con altri a dare manforte, e cadde il coraggioso Emanuele Manicone, mandato a chiamare rinforzi alla caserma della Guardia di Finanza. Morì un farmacista, Raffaele Beneventi, colpito dai tedeschi affacciato alla finestra di casa, e morirono altri quattro civili, Eustachio Guida, Francesco Paolo Loperfido ed Eustachio Paradiso, oltre ad Antonio Lamacchia, un pastore ucciso al mattino nelle campagne.
I tedeschi, per lasciare la città al buio, occuparono la centrale elettrica uccidendo quattro civili che la difendevano, Raoul Papini, Pasquale Zigarelli, Michele e Salvatore Frangione e ferendo Mirko Cairola. Ma i materani avanzavano coraggiosamente ricacciando man mano gli invasori dalla città. L’insurrezione popolare vinceva e i nazisti decisero di abbandonare Matera, non prima di commettere l’ultima azione scellerata. Fecero saltare il palazzo della milizia dov’erano rinchiusi sedici ostaggi. Fu una strage. Morirono i civili Francesco Farina, lì andato per chiedere la liberazione del figlio Natale, e anch’egli imprigionato, l’altro soldato materano di ritorno dal fronte Pietro Tataranni catturato insieme a Farina, il sedicenne Vincenzo Luisi preso non si sa per quale ragione, quattro uomini di Martina Franca che si recavano a Matera per testimoniare in una causa in tribunale e accusati dai tedeschi di essere spie degli inglesi, e otto militari imprigionati nei giorni precedenti, accusati di diserzione e tradimento.
Nell’esplosione morirono quindici persone, tranne un soldato di nome Giuseppe Calderaro, salentino, estratto dalle macerie il giorno seguente, gravemente ustionato ma ancora vivo. 1280081-strage_eccidio_nazista_fosse_frigidoI morti dell’insurrezione di Matera, prima città italiana a liberarsi con le proprie forze dall’occupazione nazista, furono 26. Ma i martiri di Matera furono d’esempio per le altre città di Puglia e del Sud, che esplosero nei giorni successivi.
Furono molte le città e i paesi insorti, come San Severo e Bari, dove militari e civili combattendo insieme contro i tedeschi, morirono in sei, e Barletta dove gli agnelli sacrificali innocenti prescelti dai lupi tedeschi morirono in dodici.Radio Londra annunciò che nella città della disfida i soldati italiani, incitati da un ordine del generale Caruso che li invitava a “considerare le truppe germaniche come nemiche e agire di conseguenza”, non si arresero agli uomini della divisione “Goering” e al reparto di SS, guidati dal capitano Brunn, e resistettero ai loro assalti per difendere il deposito d’armi Misto Egeo, posto fuori dall’abitato, mentre nelle strade cittadine i barlettani affrontavano i tedeschi che volevano impadronirsi della città. Un pescatore forestiero raccontò la tragedia: <<Avevo lasciato la barca al porto per andare sul corso a trovare un pezzo di pane al forno, quando ho visto i barlettani armati circondare due camionette piene di tedeschi che per farsi strada sparavano contro i paesani, ma quelli spararono pure loro e fecero scappare le camionette con due morti sopra. Il giorno dopo, un battaglione di centinaia di soldati tedeschi attaccò il paese, i barlettani si difendevano con i fucili ma quelli erano venuti con i carri armati e le mitragliatrici e sparavano contro ogni cosa. Io non potevo arrivare al porto perché ogni strada era ribellata, allora mi andai a nascondere nella bottega di un barbiere che aveva abbassato la saracinesca. Quando sentii che nessuno sparava più, uscii dalla bottega e vidi che i tedeschi avevano conquistato la città, mettendosi in cerca di chi aveva assaltato le camionette. Non potendoli trovare, che fecero? Andarono al Municipio. Entrarono dentro armati, il maresciallo dei vigili urbani, per non fare morti, disse alle guardie di non prendere le pistole per difendersi. Allora i tedeschi presero undici vigili urbani e due della nettezza urbana, e portarono gli innocenti tutti fuori. E là, senza dire né come e né perché, li mitragliarono addosso.>> 57a35025457c8_o,size,969x565,q,71,h,01eb6aIl pescatore disse con voce rotta dalla pietà, si fermò lacrimando, e poi riprese <<quanto sangue colava dai loro petti, stavano tutti abbracciati e cadevano a terra insieme, uno sopra all’altro. I tedeschi s’avvicinarono e, non ancora sazi del macello che avevano fatto, spararono addosso ai morti. Corsero le donne, mogli, fidanzate e figlie a prendere i cadaveri, quando una certa Addolorata sentì che uno di loro, rimasto sotto, ancora respirava. Come la Madonna Addolorata la signora lo abbracciò, lo conosceva, era il vigile più giovane un certo Falconetti, la donna disse agli altri di salvarlo. I paesani fecero folla e moina intorno a lei per nascondere il ferito ai tedeschi, e in mezzo ai morti lo portarono in un posto segreto, per curarlo. Dodici morirono, uno si salvò.>>Nei pressi di Cerignola, città del bracciante Peppino Di Vittorio, sindacalista e antifascista famoso nel mondo, arrestato dai tedeschi in Francia e detenuto sull’isola di Ventotene, da dove sarebbe stato presto liberato. Dieci soldati italiani disarmati e due sergenti inglesi evasi dai campi di prigionia, si dirigevano a piedi verso Bari quando, prossimi a una masseria, furono fermati da un reparto militare tedesco in fuga da Barletta. I tedeschi legarono loro le mani dietro la schiena e li trucidarono senza pietà, poi legandoli con delle funi, trascinarono i corpi dentro il fosso, i morti e quelli forse ancora vivi uno sull’altro. Due giorni dopo, i martiri furono rinvenuti da un contadino di passaggio, allarmato dal fetore cadaverico. Non vi furono testimoni a tale massacro e ognuno in paese lo raccontava a modo suo, chi parlava di un fosso, chi di un pozzo, chi di trenta chi di trecento soldati tedeschi. Di sicuro, i morti erano dodici, dieci dei quali identificati, gli altri due ignoti.MOSTRA_1943_44_Una_delle_prime_stragi_naziste._Rionero_in_Vulture_Pz_24_settembre_1943_Imperial_War_Museum_Londra.jpgPassava un giorno solo dall’eccidio di Cerignola e nella vicina Ascoli Satriano, laddove Pirro perse pur vincendo la sua battaglia, accadeva di peggio. Un battaglione tedesco fuggito da Foggia, dove gli Americani erano alle porte, si era fermato sulla collina di Ascoli per farne una base, mettendo a ferro e fuoco il paese. Avevano fame e saccheggiavano ogni casa in cerca di cibo, entravano nei forni e prendevano tutto, pure la crusca. Nelle masserie rubavano uova e galline, scannavano agnelli e maiali, e violentando le donne che non riuscivano a nascondersi minacciavano di sgozzare anche i paesani, se quelli protestavano. Allora gli ascolani andarono in susta, avevano le armi lasciate dai soldati italiani, fucili, pistole e bombe a mano, e cominciarono a sparare da ogni finestra contro i tedeschi che, appostati in tutte le strade, rispondevano con un fuoco più grande di mitragliatrici. I paesani morivano a decine, ma anche i tedeschi, perché dalle finestre dei fratelli Carlucci gli arrivavano in testa grappoli di bombe. Palmo a palmo, gli ascolani li cacciarono dal paese, ma quelli si fermarono in una villa, da dove continuavano a sparare e bombardare.Il giorno dopo, i napoletani attaccarono i tedeschi per quattro giorni, mettendoli in fuga. Della città già devastata dai bombardamenti alleati che avevano distrutto la metà dei suoi edifici, Hitler ordinò se ne facesse fango e cenere, per punire i napoletani che, chiamati a servire l’esercito tedesco, se ne fottevano dell’ordine nazista.quattrogiornatedinapoliDei trentamila uomini attesi, se ne presentarono al comando tedesco appena centocinquanta. Con un proclama, il comandante Walter Shöll annunciava il coprifuoco e ordinava l’immediata fucilazione di quanti si fossero mostrati ostili alle forze naziste, ordinando altresì che tutti gli abitanti compresi nella fascia prossima al mare fino a trecento metri sgomberassero le abitazioni. Duecentoquarantamila napoletani si sarebbero sommati ai tanti che avevano avuto la casa distrutta dalle bombe. Le esecuzioni avvenivano davanti all’università Federico II, la più antica d’Europa, messa a fuoco dai tedeschi, al cospetto di una folla piangente di cittadini obbligati, con le pistole puntate contro, ad applaudire la fucilazione dei condannati. Rastrellando case e sotterranei, i nazisti catturavano ottomila uomini, destinati ai lager di lavoro tedeschi. Messi in processione uno dietro l’altro li avviavano al triste destino, mentre il Vesuvio riprendeva a fumare, per pianto e per rabbia, dicevano i partenopei, preparando un’eruzione che presto sarebbe arrivata. Ma arrivò prima l’eruzione di rabbia dei napoletani, gli stessi accusati dal duce di mollezza e codardia mostrarono al mondo di quale coraggio ed eroismo erano capaci. F03889_008Si scatenavano le donne, per riprendersi mariti e fratelli, urlando currete, currete guaglio’ lanciavano giù dalle finestre mobili, materassi e quanto potesse colpire i tedeschi. Partirono gli scugnizzi, guaglioni di quindici, dodici, e guagliuncelli di sei, sett’anni, per riprendersi i padri al grido di currete, currete guaglio’, lanciavano pietre con le fionde e bombe a mano trovate chissà dove, uscendo dai nascondigli armati di fucili arrivarono gli uomini che muti sparavano da ogni dove contro i nazisti. “S’è levato ‘o cappiello”, dicevano i vecchi, parlando del Vulcano che fumava festoso per saluto e rispetto dei suoi figli.

 Così per quattro jurnate e quattro nuttate, ommene, femmene e criature, assediarono i tedeschi che sconfitti chiedevano la resa. Napoli si scarcerava da sola, era la prima grande città a farlo, consegnandosi libera agli Alleati già alle porte e al Vesuvio che smetteva di fumare.

Fu un’alba tragica quella del 21 novembre tra le masserie sparse di Limmari di Pietransieri, frazione di Roccaraso. Davanti al fuoco delle mitraglie tedesche restarono uccise 128 persone inermi, uomini e donne, giovani, anziani e bambini. Una bambina, di appena sette anni, Virginia Macerelli, fu l’unica superstite. Rimase nascosta dal ventre della madre e da uno scialle che ne coprì il volto. E’ Virginia l’unica testimone di quella tragedia che ha segnato nel sangue, nel lutto e nel dolore questa parte d’Abruzzo.

di Raffaele Vescera

foto web

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