I PRIVILEGI DEL PARLAMENTO ITALIANO, RETAGGIO DELLO STATUTO ALBERTINO

di Ettore d’Alessandro duca di Pescolanciano (da ADSIC di Milano) E’ sempre più diffusa tra l’opinione pubblica la notizia sugli “sproporzionati” privilegi e costi del parlamento italiano, specie nei periodi elettorali, allorquando si propagandano in modo demagogico significativi tagli o misure di contenimento delle spese generate da tale ente governativo. E’ accaduto, però, che al tanto sventolato obiettivo di riduzione del costo parlamentare, presente nel programma della passata legislatura ha fatto seguito un decreto legge, votato all’unanimità lo scorso anno, sull’aumento stipendiale degli onorevoli pari a circa mille e cento euro al mese. stipendio-dei-parlamentariInoltre, i 58 milioni d’italiani sono ormai informati anche delle numerose e diversificate voci contributive del suddetto capitolo di spesa ritenute -dagli organi istituzionali democratici- necessarie a garantire adeguati servizi ai deputati per l’espletamento di una “sana” e “libera” attività politica. Accade, così, che l’ulteriore incremento retributivo della nostra classe politica non passi inosservato agli elettori, specie se va a sommarsi ad un già previsto rimborso per il portaborse (circa € 4.000), per l’eventuale affitto di dimora nella capitale (circa € 2.900), per tutte le spese elettorali oltre alla nota indennità di carica (da € 300 ai 6.000). A questi compensi occorre, poi, aggiungere i cosiddetti “benefits” spettanti ai parlamentari in modo gratuito: telefoni, biglietti per il trasporto urbano-nazionale, assicurazione, auto con autista, ristoro etc. Infine, non ci si dimentica che i deputati italiani godono del diritto di pensione dopo soli 35 mesi di attività svolta in parlamento. Simile lista di “privilegi” potrebbe continuare in modo più dettagliato ma il dato più sconcertante per i cittadini è sapere che il loro prelievo fiscale contribuisce a mantenere in vita tale spesa di governo (circa un miliardo e duecento milioni annui di euro)nonostante i continui appelli al sacrificio per risanare i conti pubblici in “rosso”. buco-bilancioE’ questa un’antica storia del paese, che si ripete da circa un secolo e mezzo, cioè da quando con la raggiunta unificazione d’Italia la monarchia sabauda insediò un parlamento regolarizzato da princìpi e norme dello statuto Albertino, vigente nel precedente regno di Sardegna. Difatti, i privilegi parlamentari del costituito Regno d’Italia erano, già a quel tempo, argomento di critica come testimonia la pubblicazione dell’on. Petruccelli della Gattina del 1862 dal titolo “I Moribondi del Palazzo Carignano”. In detta opera l’autore, descrivendo uno spaccato della vita post-unitaria parlamentare allora attiva sotto i Savoia in Torino, giunse a tratteggiare “a grandi linee la fisionomia dei suoi colleghi, i più rinomati ed i più influenti”. Quel primo parlamento, si legge nel libro, era formato da 443 membri su una popolazione di quasi 23 milioni di abitanti (un deputato ogni 52 mila abitanti). Avendo quegli onorevoli prevalentemente un’estrazione sociale aristocratica (83 membri) o provenendo dell’alta borghesia, quindi appartenendo a ceti benestanti, lo Statuto Albertino stabilì (Art.50) con “buon senso” il divieto di elargire retribuzione o indennità a senatori e deputati. Il Petruccelli, però, polemizzò su taluni benefici-privilegi dei deputati del Regno di minor rilievo rispetto a quelli citati dei giorni d’oggi. Infatti, i primi deputati godevano dell’invito ai “balli di corte”, nonché “a taluni pranzi diplomatici, a certi banchetti”. trasferimentoErano sempre ospitati in tutte le feste più importanti del Regno e per spostarsi “viaggiavano gratuitamente”.Non “pagavano spese di posta”, potevano con facilità “fare dei debiti”(“si fa credito ad un deputato!”), usavano gratuitamente il telegrafo, nonché potevano frequentare “un palazzo principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare” durante tutto il loro mandato quinquennale (nella costituzione borbonica del 1820 la carica di deputato si rinnovava ogni biennio) . Infine, l’autore menziona altra consuetudine degli onorevoli di poter accedere ad una “fornita biblioteca ove consultare liberamente tutti i testi” ivi disponibili. Il racconto, poi, sulle costumanze dei politici in parlamento sembra essere una telecronaca di attualità, specie quando lo scrittore accenna all’esistenza dei “tiratori mancini”, cioè a quei deputati sempre pronti a votare in modo segreto anche contro le delibere del proprio governo, favorendo l’opposizione. Il parlamento viene descritto nelle sue divisioni partitiche, che allora come oggi facevano capo ad una destra, una sinistra ed un centro. Un curioso particolare del racconto è quello che delinea la collocazione dei deputati piemontesi e lombardi tra le fila dello schieramento di destra e centro sinistra. Il centro, invece, era l’area parlamentare più prediletta dai deputati napoletani, confermando così una tradizione che continuerà negli anni a seguire.Italian senators of centre-right celebra

Tali onorevoli partenopei facevano capo, a detta del Petruccelli, ad una “consorteria”, comandata dal Poerio. L’elenco di questi “insigni” politici campani era, già da allora, costituito da personaggi di scarsa moralità e di discutibile reputazione. E’ il caso del “voltafaccia” Conforti, ministro in Napoli sia sotto re Ferdinando II di Borbone, che del dittatore Garibaldi ed al servizio,infine, di re Vittorio Emanuele. Ma alla suddetta consorteria, definita “associazione di mutua difesa d’incapacità e di mutua assicurazione di profitti”, appartennero anche il Pisanelli, il De Blasis, Borghi, Imbriani, Caracciolo, Spaventa ed altri “passati quasi tutti per gli affari a Napoli” e che “non fecero che impinguare i loro, non obliando punto sé stessi, considerando la cosa pubblica come affare di famiglia”. E’ quasi sorprendente trovare queste affinità con taluni recenti parlamentari del Sud Italia, in special modo con quelli citati dal Petruccelli che furono coinvolti anche in clamorosi scandali di peculato. L’on. Pisanelli, ad esempio, noto avvocato e titolare di cattedra di diritto costituzionale all’università di Napoli e sul quale si riposero grandi aspettative da parte dei colleghi parlamentari per essere un affermato uomo di cultura, al momento della nomina a ministro in Napoli si affrettò a “popolare gli uffici di parenti, di amici dei parenti e parenti degli amici”. Lo stesso on. Scialoja è menzionato nell’opera per la sua ambiziosa avidità, tale da distinguersi “per nepotismo a Napoli”. Fu, quindi, quel modello costituzionale piemontese, imposto al nascente Regno d’Italia e sopravvissuto in parte nel successivo governo repubblicano, a generare speciali diritti alla classe politica italiana, elevandola a categoria privilegiata ed onnipotente al pari della tanto combattuta casta feudale dei tempi delle grandi rivoluzioni sociali.

di Ettore D’Alessandro duca di Pescolanciano (da ADSIC di Milano)

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Le miniere d’argento del Cerro Rico la montagna mangia uomini

Nel 1700 le miniere d’argento del Cerro Rico facevano di Potosì (Bolivia) una delle città più ricche del mondo. Quella che secoli di sfruttamento hanno consegnato al terzo millennio non ha nulla a che vedere con la città del passato. Nel 2008 Potosì mantiene intatto il fascino dell’epoca coloniale, ma la povertà la respiri, la vedi dappertutto. I potosini amano raccontare ai viaggiatori disposti ad ascoltare che con tutto l’argento che si sono portati via gli spagnoli si sarebbe potuto costruire un ponte lungo fino a Madrid. cerroLa gente qui muore però di fame, nel senso letterale e più crudo del termine.
Arrivando in autobus alla frontiera dall’Argentina, il mal di montagna – che i boliviani chiamano soroche – ti coglie all’improvviso. E’ sufficiente alzarsi di scatto dal proprio sedile per capire che il fisico ci mette un po’ per metabolizzare i 4.200 metri di altitudine. image
Il terminal è colorato e chiassoso come mi aspettavo. Gli indigeni portano tutti la bombetta, il tradizionale cappello, e mantelli variopinti. Mi è difficile assegnare un’età alle donne che portano i bambini legati sulla schiena con drappi multicolore e che si coprono il viso per non farsi fotografare. Quella macchina infernale che porto al collo infatti, secondo le credenze aymara e quechua – i due principali gruppi etnici boliviani –, ruba l’anima. Se voglio ritrarre il volto delle signore andine devo farlo di nascosto. imageA quest’altitudine, per alcuni giorni, anche il fare una rampa di scale diventa un’impresa titanica e tutte le notti un immancabile mal di testa arriva a turbare il riposo di quelli che non sono abituati
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Nella città ci sono oltre 240 miniere, più di 200 sono di proprietà di privati che vivono nel lusso a Sucre, la capitale costituzionale del paese. A Potosì è d’obbligo una visita a questi luoghi, residui di un passato che sembra voler durare in eterno. Mi sento male, sembra una sorta di voyerismo, un giardino zoologico umano. Ma Helen, la guida, la vede diversamente: i “turisti” – e io lo sono, anche se odio pensarmi come tale – portano una merenda ai lavoratori e li aiutano a sopravvivere. Dalle miniere ormai esce ben poco e ci sono giorni in cui i minatori non guadagnano niente. E’ una fortuna che ci sia qualcuno che li aiuti. Forse Helen ha semplicemente capito con chi ha a che fare, ma mi convince. Passiamo a comprare un po’ di dinamite – in Bolivia è legale image

i lavoratori le tengono in bocca per restare svegli e non sentire i morsi della fame. La coca fa anche loro da orologio, le circa 500 foglie che tengono in bocca cambiano sapore e diventano amare all’incirca ogni tre ore, così sanno che quattro “carichi” corrispondono a un turno.minatore
Per entrare in questi luoghi, che noi ragazzi degli anni ’80 associamo alle esperienze della generazione dei nostri nonni e che abbiamo sempre pensato in bianco e nero, bisogna inginocchiarsi ed entrare in quella che non sembra niente altro che una piccola grotta, ma che porta a un mondo fatto di miseria e desolazione. image

Genaro ha 17 anni, ma ne dimostra molti di più, ed è uno dei circa 3.800 minatori – tra cui ci sono anche 66 donne – che lavorano in città. Le prime 12 ore non ha trovato niente, quindi fa il doppio turno: un giorno interno a 50 metri sotto terra per non morire di fame. Mi chiede quanti anni ho e se ho figli. Alla mia risposta sfoggia un sorriso irriverente e mi chiede se ho qualche problema. A Potosì la vita ti brucia in fretta e a 27 anni non puoi permetterti di essere poco più che un adolescente, come in Italia. Don Bruno invece di anni ne ha 52, anche se le rughe che solcano il suo viso suggerirebbero qualche lustro in più. E’ malato di silicosi e aveva smesso di lavorare, ha dovuto rimboccarsi le maniche e ricominciare. Suo figlio è allo stadio terminale della stessa malattia, contratta nell’identico posto, e qualcuno deve badare a lui. Non ha salario fisso e non ha assistenza così, sfidando la malattia, deve scendere sotto terra 12 ore al giorno per sette giorni la settimana. E’ impossibile non sentirsi in colpa. Mi trovo ridicolo nella divisa da minatore che ho noleggiato per non sporcarmi le scarpe e i pantaloni.

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Helen ci porta a vedere un pupazzo di argilla, decisamente brutto secondo le categorie estetiche europee, è il Tio. Nome che deriva da una storpiatura di Diòs, image

Iil Tio – ce ne sono molti in tutte le miniere – era il guardiano. I colonizzatori facevano credere agli indigeni che quei pupazzi fossero degli dei che controllavano il loro lavoro. Dopo l’indipendenza però, la percezione del Tio è cambiata ed è diventato un amico in più con cui dividere le ore in questi posti dove il sole non arriva mai. I minatori si passano una sigaretta esprimendo un desiderio a ogni boccata, infine la mettono in bocca al Tio che dovrà esaudirli. E’ un rito in cui vengo coinvolto in maniera naturale da ragazzi più giovani di me che hanno accettato di trasformare, per alcuni minuti, le loro tragiche storie in attrazione per un turista. Inutile dire che il Tio quei desideri non li realizzerà mai.

Autore: Andrea Fagioli

SETTEMBRE 1943,GLI ECCIDI NAZIFASCISTI DI MATERA, CERIGNOLA, BARLETTA, NAPOLI E…

Il 21 settembre del 1943, Matera, esasperata dai soldati dell’esercito occupante che entravano armi spianate nelle case, rovistando nelle ville dei signori e nei sassi dei cafoni, svergognando le donne, e rubando quanto c’era, insorse contro i tedeschi che, non contenti di depredare, rastrellavano le strade per catturare civili “sospetti” e soldati profughi da imprigionare nel palazzo della milizia. Durante la rapina in una gioielleria condotta da due soldati della Wermacht, sopraggiunsero alcuni militari italiani chiamati per fermarli, i rapinatori tedeschi reagirono con le armi e nello scontro restarono uccisi. I materani cercarono inutilmente di occultarne i cadaveri per non scatenare rappresaglie, ma la rabbia dei paesani contro tali e tanti soprusi montava incontenibile, era insurrezione. Emanuele Manicone entrava in una sala da barba per accoltellare un tedesco, e correva poi per le strade a chiamare i paesani alla guerra contro gli invasori. “Cacciamele, cacciamele” urlavano con lui i lucani, pronti a combattere come i loro nonni briganti avevano combattuto gli occupanti piemontesi per dieci anni, e i loro antenati quelli romani, mentre il sottotenente Francesco Paolo Nitti disponeva i militari italiani alla difesa distribuendo armi anche ai civili. 
I tedeschi si scatenarono con le mitragliatrici, sparando contro chiunque avvistassero. Fu guerra per le strade del corso e della piazza e giù per quelle dei sassi, cadevano uomini di qua e di là. L_Anniversario-delle-Quattro-Giornate-a-Napoli-Programma-degli-Eventi-Morì un finanziere, Vincenzo Rutigliano, accorso con altri a dare manforte, e cadde il coraggioso Emanuele Manicone, mandato a chiamare rinforzi alla caserma della Guardia di Finanza. Morì un farmacista, Raffaele Beneventi, colpito dai tedeschi affacciato alla finestra di casa, e morirono altri quattro civili, Eustachio Guida, Francesco Paolo Loperfido ed Eustachio Paradiso, oltre ad Antonio Lamacchia, un pastore ucciso al mattino nelle campagne.
I tedeschi, per lasciare la città al buio, occuparono la centrale elettrica uccidendo quattro civili che la difendevano, Raoul Papini, Pasquale Zigarelli, Michele e Salvatore Frangione e ferendo Mirko Cairola. Ma i materani avanzavano coraggiosamente ricacciando man mano gli invasori dalla città. L’insurrezione popolare vinceva e i nazisti decisero di abbandonare Matera, non prima di commettere l’ultima azione scellerata. Fecero saltare il palazzo della milizia dov’erano rinchiusi sedici ostaggi. Fu una strage. Morirono i civili Francesco Farina, lì andato per chiedere la liberazione del figlio Natale, e anch’egli imprigionato, l’altro soldato materano di ritorno dal fronte Pietro Tataranni catturato insieme a Farina, il sedicenne Vincenzo Luisi preso non si sa per quale ragione, quattro uomini di Martina Franca che si recavano a Matera per testimoniare in una causa in tribunale e accusati dai tedeschi di essere spie degli inglesi, e otto militari imprigionati nei giorni precedenti, accusati di diserzione e tradimento.
Nell’esplosione morirono quindici persone, tranne un soldato di nome Giuseppe Calderaro, salentino, estratto dalle macerie il giorno seguente, gravemente ustionato ma ancora vivo. 1280081-strage_eccidio_nazista_fosse_frigidoI morti dell’insurrezione di Matera, prima città italiana a liberarsi con le proprie forze dall’occupazione nazista, furono 26. Ma i martiri di Matera furono d’esempio per le altre città di Puglia e del Sud, che esplosero nei giorni successivi.
Furono molte le città e i paesi insorti, come San Severo e Bari, dove militari e civili combattendo insieme contro i tedeschi, morirono in sei, e Barletta dove gli agnelli sacrificali innocenti prescelti dai lupi tedeschi morirono in dodici.Radio Londra annunciò che nella città della disfida i soldati italiani, incitati da un ordine del generale Caruso che li invitava a “considerare le truppe germaniche come nemiche e agire di conseguenza”, non si arresero agli uomini della divisione “Goering” e al reparto di SS, guidati dal capitano Brunn, e resistettero ai loro assalti per difendere il deposito d’armi Misto Egeo, posto fuori dall’abitato, mentre nelle strade cittadine i barlettani affrontavano i tedeschi che volevano impadronirsi della città. Un pescatore forestiero raccontò la tragedia: <<Avevo lasciato la barca al porto per andare sul corso a trovare un pezzo di pane al forno, quando ho visto i barlettani armati circondare due camionette piene di tedeschi che per farsi strada sparavano contro i paesani, ma quelli spararono pure loro e fecero scappare le camionette con due morti sopra. Il giorno dopo, un battaglione di centinaia di soldati tedeschi attaccò il paese, i barlettani si difendevano con i fucili ma quelli erano venuti con i carri armati e le mitragliatrici e sparavano contro ogni cosa. Io non potevo arrivare al porto perché ogni strada era ribellata, allora mi andai a nascondere nella bottega di un barbiere che aveva abbassato la saracinesca. Quando sentii che nessuno sparava più, uscii dalla bottega e vidi che i tedeschi avevano conquistato la città, mettendosi in cerca di chi aveva assaltato le camionette. Non potendoli trovare, che fecero? Andarono al Municipio. Entrarono dentro armati, il maresciallo dei vigili urbani, per non fare morti, disse alle guardie di non prendere le pistole per difendersi. Allora i tedeschi presero undici vigili urbani e due della nettezza urbana, e portarono gli innocenti tutti fuori. E là, senza dire né come e né perché, li mitragliarono addosso.>> 57a35025457c8_o,size,969x565,q,71,h,01eb6aIl pescatore disse con voce rotta dalla pietà, si fermò lacrimando, e poi riprese <<quanto sangue colava dai loro petti, stavano tutti abbracciati e cadevano a terra insieme, uno sopra all’altro. I tedeschi s’avvicinarono e, non ancora sazi del macello che avevano fatto, spararono addosso ai morti. Corsero le donne, mogli, fidanzate e figlie a prendere i cadaveri, quando una certa Addolorata sentì che uno di loro, rimasto sotto, ancora respirava. Come la Madonna Addolorata la signora lo abbracciò, lo conosceva, era il vigile più giovane un certo Falconetti, la donna disse agli altri di salvarlo. I paesani fecero folla e moina intorno a lei per nascondere il ferito ai tedeschi, e in mezzo ai morti lo portarono in un posto segreto, per curarlo. Dodici morirono, uno si salvò.>>Nei pressi di Cerignola, città del bracciante Peppino Di Vittorio, sindacalista e antifascista famoso nel mondo, arrestato dai tedeschi in Francia e detenuto sull’isola di Ventotene, da dove sarebbe stato presto liberato. Dieci soldati italiani disarmati e due sergenti inglesi evasi dai campi di prigionia, si dirigevano a piedi verso Bari quando, prossimi a una masseria, furono fermati da un reparto militare tedesco in fuga da Barletta. I tedeschi legarono loro le mani dietro la schiena e li trucidarono senza pietà, poi legandoli con delle funi, trascinarono i corpi dentro il fosso, i morti e quelli forse ancora vivi uno sull’altro. Due giorni dopo, i martiri furono rinvenuti da un contadino di passaggio, allarmato dal fetore cadaverico. Non vi furono testimoni a tale massacro e ognuno in paese lo raccontava a modo suo, chi parlava di un fosso, chi di un pozzo, chi di trenta chi di trecento soldati tedeschi. Di sicuro, i morti erano dodici, dieci dei quali identificati, gli altri due ignoti.MOSTRA_1943_44_Una_delle_prime_stragi_naziste._Rionero_in_Vulture_Pz_24_settembre_1943_Imperial_War_Museum_Londra.jpgPassava un giorno solo dall’eccidio di Cerignola e nella vicina Ascoli Satriano, laddove Pirro perse pur vincendo la sua battaglia, accadeva di peggio. Un battaglione tedesco fuggito da Foggia, dove gli Americani erano alle porte, si era fermato sulla collina di Ascoli per farne una base, mettendo a ferro e fuoco il paese. Avevano fame e saccheggiavano ogni casa in cerca di cibo, entravano nei forni e prendevano tutto, pure la crusca. Nelle masserie rubavano uova e galline, scannavano agnelli e maiali, e violentando le donne che non riuscivano a nascondersi minacciavano di sgozzare anche i paesani, se quelli protestavano. Allora gli ascolani andarono in susta, avevano le armi lasciate dai soldati italiani, fucili, pistole e bombe a mano, e cominciarono a sparare da ogni finestra contro i tedeschi che, appostati in tutte le strade, rispondevano con un fuoco più grande di mitragliatrici. I paesani morivano a decine, ma anche i tedeschi, perché dalle finestre dei fratelli Carlucci gli arrivavano in testa grappoli di bombe. Palmo a palmo, gli ascolani li cacciarono dal paese, ma quelli si fermarono in una villa, da dove continuavano a sparare e bombardare.Il giorno dopo, i napoletani attaccarono i tedeschi per quattro giorni, mettendoli in fuga. Della città già devastata dai bombardamenti alleati che avevano distrutto la metà dei suoi edifici, Hitler ordinò se ne facesse fango e cenere, per punire i napoletani che, chiamati a servire l’esercito tedesco, se ne fottevano dell’ordine nazista.quattrogiornatedinapoliDei trentamila uomini attesi, se ne presentarono al comando tedesco appena centocinquanta. Con un proclama, il comandante Walter Shöll annunciava il coprifuoco e ordinava l’immediata fucilazione di quanti si fossero mostrati ostili alle forze naziste, ordinando altresì che tutti gli abitanti compresi nella fascia prossima al mare fino a trecento metri sgomberassero le abitazioni. Duecentoquarantamila napoletani si sarebbero sommati ai tanti che avevano avuto la casa distrutta dalle bombe. Le esecuzioni avvenivano davanti all’università Federico II, la più antica d’Europa, messa a fuoco dai tedeschi, al cospetto di una folla piangente di cittadini obbligati, con le pistole puntate contro, ad applaudire la fucilazione dei condannati. Rastrellando case e sotterranei, i nazisti catturavano ottomila uomini, destinati ai lager di lavoro tedeschi. Messi in processione uno dietro l’altro li avviavano al triste destino, mentre il Vesuvio riprendeva a fumare, per pianto e per rabbia, dicevano i partenopei, preparando un’eruzione che presto sarebbe arrivata. Ma arrivò prima l’eruzione di rabbia dei napoletani, gli stessi accusati dal duce di mollezza e codardia mostrarono al mondo di quale coraggio ed eroismo erano capaci. F03889_008Si scatenavano le donne, per riprendersi mariti e fratelli, urlando currete, currete guaglio’ lanciavano giù dalle finestre mobili, materassi e quanto potesse colpire i tedeschi. Partirono gli scugnizzi, guaglioni di quindici, dodici, e guagliuncelli di sei, sett’anni, per riprendersi i padri al grido di currete, currete guaglio’, lanciavano pietre con le fionde e bombe a mano trovate chissà dove, uscendo dai nascondigli armati di fucili arrivarono gli uomini che muti sparavano da ogni dove contro i nazisti. “S’è levato ‘o cappiello”, dicevano i vecchi, parlando del Vulcano che fumava festoso per saluto e rispetto dei suoi figli.

 Così per quattro jurnate e quattro nuttate, ommene, femmene e criature, assediarono i tedeschi che sconfitti chiedevano la resa. Napoli si scarcerava da sola, era la prima grande città a farlo, consegnandosi libera agli Alleati già alle porte e al Vesuvio che smetteva di fumare.

Fu un’alba tragica quella del 21 novembre tra le masserie sparse di Limmari di Pietransieri, frazione di Roccaraso. Davanti al fuoco delle mitraglie tedesche restarono uccise 128 persone inermi, uomini e donne, giovani, anziani e bambini. Una bambina, di appena sette anni, Virginia Macerelli, fu l’unica superstite. Rimase nascosta dal ventre della madre e da uno scialle che ne coprì il volto. E’ Virginia l’unica testimone di quella tragedia che ha segnato nel sangue, nel lutto e nel dolore questa parte d’Abruzzo.

di Raffaele Vescera

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Martiri ed eroi

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L’idea me la sono fatta già da tanto ma si rafforza ogni volta che, puntualmente, si verificano episodi che me la confermano. Non so altrove ma qui in Italia abbiamo un disperato bisogno di martiri ed eroi al limite del parossismo.
E siamo disposti ad individuarne ovunque, anche laddove non c’è assolutamente nulla di eroico o di straordinario perché, non potendo puntare verso l’alto, si ravana dove capita.
Gli ultimi due avvenimenti, in ordine di tempo, che mi inducono a tale riflessione, sono l’eliminazione della nazionale di calcio agli europei e la strage delle persone (casualmente italiane) in Bangladesh.
E’ bastata una figura senza infamia e senza lode della nazionale ad Euro 2016 per farci sentire “orgogliosi” come italiani e farci accogliere con gloria ed onori gli “eroi” tornati dalla terra di Francia. Fiumi di retorica per non ammettere che l’Italia è, sostanzialmente, una squadra mediocre che ha disputato un paio di partite appena sufficienti battendo il Belgio (considerato, chissà perché, una delle favorite) e una Spagna nella fase discendente della sua parabola che va chiudendo un ciclo. Ci è bastato non perdere (se non ai rigori) la peggiore partita disputata dalla Germania in questi europei per dichiararci soddisfatti e accogliere con calore i “nostri ragazzi” di ritorno da chissà quale epica impresa. Eppure la nostra storia calcistica non è quella dell’Islanda o del Galles (ai loro calciatori cosa dovrebbero fare? Dedicargli strade? Erigergli monumenti?). L’Italia avrebbe un blasone da onorare: 4 campionati del mondo. E con tale storia, se non sei almeno tra le prime 4 del tuo continente (giocando in maniera convincente), hai fallito! Altro che sentirsi “orgogliosi”. Eppure, a quanto pare, sembra che oggi l’eroismo passi dall’evitare in prims le figure di merda.
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Riguardo la strage in Bangladesh, se possibile, la retorica dei media è stata (ed è) anche peggiore. Assistiamo ad una vera e propria “agiografia” di queste povere vittime, con giornalisti che scavano nell’intimo, nel privato delle vite di costoro (spesso col beneplacito dei parenti), per elevarle quasi al rango di “martiri”. Vediamo scorrere l’iconografia di queste persone costruita in maniera tale che si abbia l’impressione che, come al solito in questi casi, siano sempre i migliori, i più capaci, i più promettenti, i più validi coloro che se ne vanno. Abbiamo perso il fior fiore dell’imprenditoria italica, coloro che, più di tutti, ne incarnavano lo spirito. Che poi – senza voler assolutamente generalizzare (anzi, con la certezza che davvero le Bangladesh fossero a Dacca mosse dai più nobili propositi) – il fatto che di solito un imprenditore che va a fare affari in un Paese del terzo mondo lo faccia per sfruttarne le condizioni che trova lì (in un’ottica di profitto e arricchimento personale), per la narrazione retorica imposta dai media è un dettaglio trascurabile.
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Ecco allora che basta una morte efferata per mano di un terrorista per far passare in secondo piano tutto altro genere di considerazioni fondamentali, invece, per attribuire la patente di “martire” o “eroe”.
Ma tant’è nell’Italia al “tempo della crisi”.
Antonio Guerra

La caccia alle streghe:il processo di Salem

Gli anni immediatamente precedenti il 1692 avevano in un certo senso posto le basi per la psicosi religiosa che sarebbe in seguito scoppiata: invasioni di locuste e ripetuti periodi di siccità avevano distrutto i raccolti in tutta la regione, causando ristrettezze e miseria per la maggior parte dei coloni, che basavano la gran parte della loro sopravvivenza su un’economia di sussistenza.

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In quegli anni era, inoltre, da poco terminato un lungo scontro armato chiamato Guerra di Re Filippo, che aveva visto opposti i coloni inglesi contro alcune tribù native. Il conflitto coinvolse anche il Massachusetts che, nonostante la vittoria inglese, rimase esposto alle scorrerie degli indiani per molto tempo, anche all’epoca dei processi.

Come se non bastasse, in quel periodo la colonia era rimasta senza governo ufficiale dopo la sospensione del trattato di Bay-Colony del 1684 e la ribellione del 1689; il nuovo governatore scelto da Londra, Sir William Phips, arrivò a Boston solo il 14 maggio 1692 e prestò giuramento due giorni dopo insieme al suo vice William Stoughton.

Tutti questi avvenimenti contribuirono a diffondere un clima di terrore, e molti sembrò che questi disastri fossero parte di un piano del diavolo per cacciarli dalla Nuova Inghilterra e riprendersi i suoi territori. Questa atmosfera di superstizione e crescente panico portò, nel1692, allo scoppio dell’isterica caccia alle streghe.

Salem già da tempo era al centro di lotte tra gruppi rivali che desideravano controllare il paese, e due ministri del culto se ne erano andati dopo essersi scontrati con la congregazione. Il loro successore fu il reverendo Samuel Parris, il quale possedeva due schiavi originari di Barbados: John Indian, un purosangue caraibico, e la moglie Tituba, la cui ascendenza era metà caraibica e metà africana. Essa era a conoscenza dell’obeah, un tipo di magia rituale diffuso in certe zone delle Indie Occidentali, lì giunta dall’Africa con i suoi antenati.

Nell’inverno fra il 1691 ed il 1692 Elizabeth “Betty” Parris e Abigail Williams, la figlia e la nipote del reverendo Parris, iniziarono a comportarsi in modo inusuale, in particolare a rimanere piuttosto taciturne, a nascondersi dietro vari oggetti ed a strisciare sul pavimento. Nessuno dei medici interpellati riuscì a dare una spiegazione dei disturbi delle ragazze: uno dei dottori, William Griggs, l’8 febbraio 1692 annunciò che l’unica spiegazione poteva essere la possessione da parte del demonio. In questo caso egli non avrebbe potuto risolvere il problema, perché il “malocchio” non era ritenuto una malattia bensì un crimine causato da una persona (una strega o un mago) per danneggiarne un’altra e quindi di competenza delle autorità giudiziarie.

John_William_Waterhouse_-_Magic_CircleL’identificazione della stregoneria come causa degli strani comportamenti delle giovani non fu tuttavia automatica: il medico aveva espresso la sua opinione, ma trascorse un mese dall’inizio del manifestarsi dei casi alle prime accuse di stregoneria. Inoltre all’inizio le ragazze non sembravano tormentate, il loro comportamento era ritenuto solo bizzarro. Un contemporaneo, Robert Calef, ne riporta un resoconto: “Entravano nelle buche e strisciavano sotto le sedie e sgabelli… [con] svariate posizioni e buffi gesticolii, [e] facevano discorsi ridicoli e assurdi incomprensibili per loro come per gli altri”. Solo dopo che si decise di interpretare questi comportamenti come un maleficio, le ragazze apparvero come tormentate e dettero veri segni di isteria.

In un primo momento il reverendo Parris decise di non rivolgersi alle autorità giudiziarie, ma chiese consiglio ad altri pastori del luogo i quali gli consigliarono di affidarsi a Dio e di lasciare che il tempo facesse il suo corso. Si erano, però, diffuse voci sul malocchio, e molti altri abitanti del villaggio premevano per risolvere la faccenda diversamente; inoltre altre adolescenti oltre Abigail e Betty si comportavano allo stesso modo.

Una donna del Village, Mary Sibley, propose un espediente (chiamato Witches cake, “torta delle streghe”) usato nella tradizione popolare per identificare le streghe: si doveva preparare una focaccia impastando segale e urina delle ragazze possedute e poi darla in pasto a un cane, con la convinzione che l’animale avrebbe riconosciuto e aggredito la strega responsabile del maleficio; il sistema però non sortì alcun effetto, salvo far ammalare l’animale. Assieme alle prime due ragazze anche Ann Putnam, Betty Hubbard, Mercy Lewis, Susannah Sheldon, Mercy Short e Mary Warren furono incalzate a fare i nomi di altre ragazze che potessero essere in realtà streghe o possedute dal demonio.

Betty e Abigail accusarono Tituba Indians. Il 25 febbraio, la dodicenne Ann Putnam e la quattordicenne Elizabeth Hubbard confermarono l’accusa e nei tre giorni successivi indicarono altre due donne come streghe: Sarah Osborne e Sarah Good, una mendicante nota in città, figlia di un oste francese, ritenuta una strega poiché parlava spesso da sola. Sarah Osborne invece era una signora anziana ed inferma che aveva dato al suo compagno gli averi che avrebbe dovuto lasciare in eredità ai figli del suo primo marito.

Risulta emblematica un’analisi dei primi gesti delle giovani Parris, utili a comprendere quanto l’estremismo religioso potesse aver contribuito: Elizabeth Parris, la più piccola, cadeva in trance guardando a lungo fissamente nel vuoto, dopo di che cominciava a gridare e si lasciava cadere a terra. Abigail si comportava allo stesso modo, emettendo dei suoni gutturali come se stesse soffocando, abbaiava come un cane e camminava carponi su mani e piedi.

Questi invisibili attacchi alle bambine dovevano giocare un ruolo essenziale nell’esame di tutti gli accusati, e nei successivi processi. Senza questa “prova diabolica”, come venne chiamata, nessuno dei prigionieri avrebbe potuto essere imprigionato. La prova diabolica era basata sulla convinzione che il diavolo potesse assumere la forma fisica di una strega, e sotto tali spoglie ingannare il marito giacendo al suo fianco mentre essa presenziava a un sabba o, come a Salem, molestava coloro che la accusavano. Solo coloro che venivano tormentati riuscivano a vedere questi spettri, ma la loro esistenza venne comunque considerata un fatto reale. Si credeva inoltre che il diavolo potesse assumere le sembianze di una persona solo col suo permesso e non avrebbe mai potuto farlo con un innocente: chiunque fosse stato visto da uno degli accusatori, quindi, veniva ritenuto colpevole e non serviva a nulla produrre un alibi. Il corpo fisico di una persona poteva benissimo stare alla presenza di un centinaio di testimoni, ma il suo spirito, col suo permesso, poteva tormentare gli accusatori.

processo

Sottoposta a interrogatorio, Sarah Osborne negò di aver mai seviziato le ragazze. Le suddette fanciulle, presenti in aula, l’accusarono, dopo di che si agitarono e urlarono come se fossero sottoposte a ogni sorta di violenza. Hathorne chiese alla Osborne perchè facesse loro del male, ma essa continuò a negare ogni addebito. Richiesta di spiegare come facesse a tormentarle a quel modo, pur restando fisicamente lontana, negò di aver mai fatto qualcosa del genere. Le venne chiesto allora chi fosse a farlo in vece sua. Essa avanzò l’ipotesi che fosse il diavolo ad assumere le sue sembianze senza che lei lo sapesse, ma la corte non la prese neppure in considerazione.

Sarah Osborne venne rinchiusa in prigione, dove morì due mesi dopo.

Alla fine comparve Tituba e la sua entrata venne accolta da violentissime reazioni da parte delle ragazze accusatrici, probabilmente terrorizzate all’idea di quel che poteva rivelare sugli incontri che avvenivano nella cucina dei Parris, dove, sembrerebbe, le ragazze erano solite chiedere alla serva di predir loro il futuro. Ma Tituba non disse nulla di tutto ciò: per tre giorni, nel corso di tre lunghi interrogatori, narrò storie fantastiche e probabilmente inventate sul momento per evitare le punizioni corporali a cui il reverendo Parris l’aveva abituata. Disse che il Diavolo era andata da lei, di come si fosse deisa a servirlo, iniziando a torturare le ragazze.

Da notare che, appena iniziò la narrazione, il pandemonio in aula, generato dalle presunte crisi isteriche delle ragazze, cessò.

Disse di essere anche volata a un sabba e di aver incontrato delle streghe provenienti da Boston e da altre parti. Le forme di Sarah Osborne e Sarah Good, e di altre di cui non conosceva il nome, le avevano ordinato di tormentare le bambine, anche Elizabeth, a cui era molto legata.

Gli abitanti di Salem si sentirono sollevati per l’arresto di una strega, ma iniziarono ad interrogarsi su chi potessero essere le altre.

witch house

Nel frattempo, le bugie, gli inganni e le ingiurie delle ragazze continuarono senza sosta: una di esse, nel corso di una seduta del processo, arrivò ad indicare la finestra dicendo che riusciva a vedere le streghe che si raccoglievano in quello stesso istante per un sabba sul prato antistante la Casa delle Adunanze. Gli astanti erano terrorizzati, il clima di psicosi aumentava sempre più.

Ann Putnam identificò in una strega Rebecca Nurse, da tutti considerata una santa donna. Anche l’inflessibile John Hathorne, uno degli inquisitori, parlò in termini gentili a Rebecca quando gliela condussero dinanzi: era una donna molto anziana e sorda, madre amata di quattro maschi e quattro femmine; rispose alle domande che le venivano poste protestando la propria innocenza. La sua sincerità era tale che, nonostante il vociare delle ragazze, sembrò che il caso contro di lei venisse chiuso. Poi la voce della madre di Ann Putnam si levò sopra tutte: “Non ti sei portata appresso l’Uomo Nero?” Non mi hai minacciato di strapparmi l’anima dal corpo, ripudiando con parole oscene e orrendamente blasfeme il Signore Iddio benedetto?”. “Mio Dio aiutami!”, gridò Rebecca e tese le proprie mani in segno di sgomenta costernazione. Al che le fanciulle presenti tesero anch’esse le loro mani e da quel momento presero a copiare esattamente ogni gesto che la prigioniera faceva. Gli spettatori cominciarono a nutrire dei dubbi sulla innocenza di Rebecca, e la corte concluse che aveva stregato le bambine davanti ai loro occhi.

È evidente, quindi, come in questa vicenda, in questo clima di diffidenza generale e di terrore sempre crescente, non venisse risparmiato nessuno dall’accusa di stregoneria.

La cosa che suscita ancora più sgomento pensandoci consiste nel fatto che tutto nasce dalle fantasie e dagli isterismi forse autoindotti di un gruppo di ragazzine.

Le proporzioni del caso erano nel frattempo aumentate e si erano allargate a tutta la colonia del Massachusetts, tanto che l’11 aprile la sede del processo fu spostata a Salem Town e i membri della corte aumentarono; tra questi c’erano anche dei pastori. Abigail Williams accusò George Borroughs, ex-pastore del village che al tempo dei fatti si era trasferito nel Maine, dichiarando che era uno stregone e che aveva provocato lui i casi d’isteria che colpivano le adolescenti. Borroughs fu dunque convocato per essere interrogato.

Benché ad aprile le carceri fossero piene di sospetti, non era stato ancora possibile iniziare nessun processo: il Massachusetts era infatti privo di un governatore dal 1689 e la legge prevedeva che senza un’autorità ufficiale non vi era possibilità di iniziare un procedimento penale. Durante la detenzione, oltre a Sarah Osborne morì anche la figlia appena nata di Sarah Good; altri carcerati, invece, si ammalarono. Alla fine del mese di maggio, per volere addirittura del re di Inghilterra giunse a Salem il Governatore Sir William Phips per avviare le udienze del processo. La corte era composta da sei membri nominati da lui e presieduta dal vice governatore William Stoughton.

Il primo processo si tenne il 2 giugno e si concluse con la condanna a morte per impiccagione di Bridget Bishop, che fu giustiziata il 10 dello stesso mese (il luogo dove si svolse l’esecuzione è oggi noto come witches’ hill, la collina delle streghe). La seconda seduta ebbe luogo il 29 giugno e vennero processate cinque donne, tutte condannate a morte. Il 5 agosto si tennero altri sei processi che ebbero come verdetto anche in questo caso altrettante condanne a morte, di cui però solo 5 vennero eseguite (Elizabeth Proctor era incinta e l’esecuzione fu rinviata). In quei giorni si tenne anche il processo di George Borroughs che si difese strenuamente in aula e terminò recitando il Padre Nostro; anch’egli fu condannato a morte.

All’inizio di settembre altre 6 persone vennero condannate alla pena capitale; una condanna fu però sospesa, mentre un’altra persona riuscì a evadere dal carcere e fuggire: quindi, in totale, vennero eseguite 4 condanne. Il 17 settembre si tenne l’ultima udienza della corte in cui vennero condannate all’impiccagione 9 persone, anche se in 5 casi venne commutata la pena. Il 19 settembre il contadino ottantenne Giles Corey, marito di Martha Corey, fu torturato fino alla morte: in segno di protesta era rimasto in silenzio durante il suo processo: non voleva infatti riconoscere la validità della corte. Fu sottoposto quindi a una tortura prevista in questi casi nel diritto penale inglese: venne sdraiato a terra e gli vennero posti dei pesi sul corpo in modo da schiacciargli il torace e costringerlo a parlare. Corey rimase in silenzio e morì soffocato.

Il 22 settembre fu il giorno delle ultime esecuzioni: una leggenda racconta che, mentre il carro che trasportava i condannati si dirigeva verso il patibolo, una ruota si infilò in una buca nel terreno; le ragazze ritenute vittime del maleficio che assistevano alla scena gridarono che il diavolo stesse cercando di salvare i suoi seguaci. Con una sola eccezione, tutti coloro che furono dichiarati colpevoli di stregoneria vennero condannati a morte: infatti, i condannati che si riconoscevano colpevoli e avevano fatto i nomi di altri sospettati non furono giustiziati. A causa della gravidanza l’esecuzione di Elizabeth Proctor ed anche di un’altra accusata fu posticipata fino al parto. Nell’arco di quattro esecuzioni del corso dell’estate, furono impiccate 19 persone (fra le quali un parroco e un poliziotto che si era rifiutato di continuare ad arrestare i sospettati di stregoneria), di cui almeno tre persone fino ad allora ben stimate della comunità.

Sei delle persone giustiziate erano uomini; le altre erano per lo più donne anziane, che vivevano in condizioni di povertà estrema. Durante il processo contro le streghe a Salem non vennero effettuati i raccolti e i bovini furono abbandonati, i mulini restarono fermi, poiché i proprietari risultavano scomparsi, il personale era stato arrestato oppure i lavoratori frequentavano le udienze del processo per il puro piacere dello spettacolo. Il processo arrivò presto ad una paralisi dovuta alle numerose proteste che aveva suscitato, mentre restava pur sempre la minaccia degli indiani ad ovest.

Sebbene tra giugno e settembre fossero state giustiziate 19 persone e più di un centinaio fossero state incarcerate, i casi d’isteria nelle adolescenti erano continuati per tutta l’estate. Inoltre il lavoro della Court of Oyer and Terminar avevano suscitato polemiche e molti avevano difeso gli imputati tramite petizioni e testimonianze a favore; soprattutto la procedura usata dalla corte fu oggetto di aspre polemiche.

Inoltre, non tutti concordavano che la causa dei mali delle adolescenti fosse opera di una strega: alcune di quelle ragazze avevano infatti praticato esperimenti di divinazione nelle settimane precedenti al manifestarsi degli attacchi e, poiché la divinazione come altre pratiche magiche era condannata dal Puritanesimo come attività molto affine alla stregoneria, ci fu chi sospettò che il malessere che le colpiva fosse proprio una conseguenza dei loro esperimenti. Un numero minore di persone nutriva giusti dubbi sulla veridicità dei loro attacchi: ci fu chi testimoniò contro di loro dichiarando di averle sentito confessare di aver finto di essere vittima di un maleficio.

La critica più forte venne da alcuni membri della chiesa puritana della colonia, che spinsero il governatore Phips a bloccare i processi: la loro guida era il reverendo Increase Mather, che scrisse un documento in cui contestava apertamente il lavoro della corte. Il documento, denominato “Case of coscience concerning evil spirits personating men” (“Caso di coscienza riguardo agli spiriti maligni che impersonano uomini”) venne firmato dai reverendi più influenti del Massachusetts orientale. Mather era un personaggio molto importante: era stato rappresentante della colonia a Londra ed aveva avuto non poco peso nella nomina di Phips a governatore, quindi le sue critiche ebbero grande effetto.

Agli inizi di ottobre Mather tenne un sermone in cui attaccò aspramente la corte, dichiarando che sarebbe stato meglio se dieci streghe fossero rimaste libere piuttosto che un solo innocente fosse stato condannato ingiustamente. Nel mese di novembre il governatore William Phips decise di sospendere i processi e nei primi mesi dell’anno successivo fu istituita una speciale corte di giustizia per esaminare i casi rimasti in sospeso. Benché essa comprendesse alcuni membri della Court of Oyer and Terminar, Phips aveva limitato i poteri della corte e aveva vietato di emettere condanne sulla base di visioni avute dai testimoni. Alla fine 49 persone ancora detenute vennero assolte, mentre tre furono condannate, ma la pena fu loro sospesa per volere del governatore[11].

A processo concluso, si conta che furono processate 144 persone, di cui 54 confessarono di essere streghe. Le condanne a morte per stregonia eseguite furono invece 19, le esecuzioni furono in totale 20 considerando il caso di Giles Corey. Su tutti gli individui processati, solo 25 abitavano a Salem Village: tra coloro che provenivano da fuori, 17 provenivano da Salem Town, 66 dalle città limitrofe (Andover, Rowley, Topsfield, Ipswich, Lynn e Reading) e 30 da altre 14 località del Massachusetts.

L’estrazione sociale degli accusati era molto varia: per esempio Tituba Indians, la prima persona sospettata, era una schiava indiana, ma i processi coinvolsero anche persone agiate, come George Burroughs, pastore e proprietario di terre in Inghilterra. Con l’estendersi del processo all’intera contea di Essex, molti personaggi noti del Massachusetts del tempo furono accusati: tra questi Nathaniel Saltonstall (consigliere del governatore Phips), due membri del governo provinciale (figli del governatore a riposo Simon Bradstreet) e perfino Lady Phips, moglie del governatore. Personaggi di questa importanza non vennero mai chiamati in giudizio ma solo accusati. I sospettati erano in maggior parte donne: delle 144 persone processate 106 erano donne e 38 invece gli uomini. Anche nel numero delle condanne a morte eseguite la maggioranza era composta da donne (14 su 19).

museo

Ci sarebbe ancora molto da dire sugli avvenimenti di Salem, e tante pagine sono già state scritte, sia a livello narrativo che storiografico/antropologico, e per una descrizione completa della complessa vicenda si rimanda al magistrale “Le streghe bambine di Salem” di Frances Hill.

Su Salem sono stati scritti moltissimi romanzi, tra i quali si cita, a titolo esemplificativo, “La strega Lois” di Elizabeth Gaskell (1859) basato sulla storia di Rebecca Nurse, una delle donne processate.

Anche il cinema si è occupato da sempre, in svariati film, di ciò che avvenne a Salem in quei mesi deliranti: l’ultimo film, “Le streghe di Salem”, diretto da Rob Zombie, è uscito nelle sale nel 2013, suscitanto, a dire il vero, commenti non molto positivi.

Tra le serie tv, invece, si possono ricordare “Streghe” (le tre sorelle discenderebbero da una delle donne condannate), “The vampire diaries” (dove un’antenata della strega Bonnie ha vissuto a Salem negli anni del processo) e la più recente “Salem”, trasmessa dal 20 aprile 2014, nella quale vengono ricostruiti in chiave horror gli avvenimenti.

Articolo di Giulia Battistotti

17 Ottobre 1961 Il massacro di Parigi – La nuit oubliée

Oggi voglio parlare di un avvenimento che, per una serie di eventi casuali, ho conosciuto in questi giorni a Parigi e mi ha particolamente impressionato. Si tratta del massacro di centinaia di Algerini che volevano manifestare pacificamente per il centro di Parigi chiedendo l’indipendenza del loro Paese.
Siamo nel 1961, in piena guerra d’Algeria e la risposta della Francia colonialista è terribile: centinaia di morti, molti scomparsi, corpi gettati dai flics nella Senna… E poi il silenzio, l’oblio e la rimozione.
Una delle rare foto della giornata del 17 ottobre 1961.17 ottobre 1961

Un piccolo tentativo di raccontare quella “notte dimenticata”… Il 17 ottobre qui in Francia è un giorno come tutti gli altri. Oggi ho sfogliato diversi giornali ma, a parte l’Humanitè che ne parla sin dalla prima pagina, negli altri non c’è traccia di memoria. (Per etica della ricerca dico che ho guardato in particolare i giornali distribuiti gratuitamente che sono diffussissimi qui in Francia insieme ad altri da Le Monde a Le Figaro).
Una delle sensazioni più forti è proprio quella della percezione di silenzio che avviluppa il giorno del massacro di Parigi del ’61. Si tratta della più grande mattanza consumatasi nella Francia metropolitana dal 1945 in poi. Io non lo sapevo prima di 5 giorni fa. Non sono l’unico, grazie anche ai miei colocataries J. e C., mi hanno detto che in Francia pochi sanno cosa è accaduto quel giorno. Per provare a scrivere e presentare un po’ di questa vicenda sto leggendo un libro “La Battaile de Paris” di Jean Luc Einaudi, presentatomi come il migliore libro di ricostruzione storica, ho visto il film “Nuit noir” di Alain Tasma (France, 2004) ed ho letto vari articoli online.
Ho cercato di vedere se il libro è disponibile in qualche biblioteca italiana ma credo di no (Trento e Vicenza non sembra), forse non l’hanno neanche tradotto; del film invece ho trovato in italiano una breve recensione, ma non so se è stato doppiato o è reperibile in Italia.

Una breve sintesi dei fatti: in Francia nel ’61 la crisi della guerra d’Algeria scuoteva il governo di De Gaulle, nello stesso periodo avvenivano massacri e torture sistematici in Algeria mentre si avviavano i primi contatti per la negozazione tra la Francia e FLN dell’indipendenza algerina.
A Parigi ci sono stati diversi attentati conto poliziotti che organizzavano rafles (termine per indicare brutali retate in stile di quelle contro gli ebrei durante il regime di Vichy) selvagge contro i nordafricani, maltrattati e che subivano un pesante razzismo.
Nello stesso tempo si è attivata un’organizzazione di esterma destra armata, l’OAS (Organisation Armée Sècrete) apertamente ostile ad ogni forma di negoziato sull’Algeria, che è arrivata a fare un attentato a De Gaulle, un tentato colpo di stato e diversi omicidi. Questa formazione nazionalista (l’Algeria fa parte della Francia, è Francia all’epoca) è apertamente razzista e conta su un forte appoggio tra le forze armate e quelle di polizia.
In questo clima estremamente teso alcuni flics, certi dell’impunità, compiono dei sequestri e uccisioni di Algerini. Nei mesi di settembre e ottobre 1961 i casi di cadaveri massacrati sconoscuiti ritrovati nella Senna o nei boschi vicino Parigi aumenta in maniera esponenziale.
La situazione è esplosiva e il prefetto di Parigi, tal Maurice Papon, prefetto di Lille e collaboratore dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, ordina il 5 ottobre il coprifuoco per tutti gli Algerini. E’ solo l’ultimo di atti razzisti e criminali contro la popolazione Algerina. L’ Fln, profondamente radicato nel territorio, (un’organizzazione militare che esigeva il pagamento di contributi da tutti gli Algerini in Francia) per dimostrare la propria forza e il proprio seguito in un momento cruciale dei negoziati lancia una manifestazione di tutti gli Algerini (tutti nel senso che chi non andava era considerato un disertore, sebbene la gran parte fosse d’accordo con loro) in centro a Parigi contro il coprifuoco. Una manifestazione imponente e pacifica per mostrare la tenacia della lotta per l’indipendenza e contro il colonialismo Francese. Per il governo Francese la manifestazione era un atto di guerra di un gruppo terroristico sul suolo della capitale della Francia metropolitana.
Viene data carta bianca al prefetto Papon per reprimere la manifestazione che deve essere impedita.
Quella sera oltre 15.000 Algerini vengono arrestati in rastrellamenti su tutta Parigi e portati in centri di detenzione che diventano macellerie. Laddove si forma un abbozzo di corteo la polizia apre il fuoco su manifestanti disarmati e spacca teste con i suoi manici di piccone lunghi oltre 1 metro. I morti sono immediatamente moltissimi. In centro a Parigi vicino a Ponte Saint Michel, nel quartiere dove vivono centinaia di Algerini si forma un corteo che viene attaccato dai flics.
La scena, descritta da testimoni, è raccappriciante: sotto le finestre della Prefettura di Parigi, gli Algerini vengono massacrati, decine di corpi di morti o moribondi vengono lanciati nella Senna dal Ponte, i rimanenti vengono portati nella corte della Prefettura e picchiati ancora e ancora (alcuni dicono di 50 morti solo in quel luogo). Nei centri di concentramento le botte vanno avanti per oltre 2 giorni senza la presenza di occhi indiscreti, poi ci sono le espulsioni di massa in Algeria.
Decine e decine di Algerini “sono scomparsi”, cadaveri riaffiorano a decine dalla Senna nei giorni successivi.
La polizia comunica alla stampa di essere stata attaccata da persone armate e che si è difesa causando 2 morti (poi diventati 3) e diversi feriti. La stampa salvo rarissime eccezzioni (la rivista di Sartre e Testimonianza Cristiana) ci crede, su quella giornata cade il silenzio e l’oblio.
Che, sebbene l’attuale sindaco di Parigi abbia apposto una piccola targa sul ponte S. Michel, sembra durare ancora oggi. La cifra di morti ufficiale è ancora quella di 3 (gli storici realisti la collocano tra 200 e 300), nessuno è stato condannato per i fatti.

Oggi è l’anniversario, sono stato a una conferenza all’università di Saint Denis, dove in aula semideserta ho potuto ascoltare le testimonianze di Jean-Luc Einaudi (storico), Olivier Le Cour Grandmaison (Politologo) e due testimoni dei fatti.
Per questo parto con una traduzione della quarta di copertina del testo di Einaudi. jif_171061_2a

“Parigi, martedi’ 17 ottobre 1961. Dopo l’appello dell’ FLN (Fronte di Liberazione Nazionale Algerino) gli Algerini della regione Parigina cercano di manifestare la sera contro il coprifuoco. Durante la notte, sotto una pioggia battente, è un massacro.
Secondo la versione ufficiale, resa pubblica l’indomani, gli scontri hanno causato 2 morti tra i manifestanti e 2 poliziotti feriti da arma da fuoco. La tesi è chiara: gli Algerini erano armati e la polizia ha agito per legittima difesa. I giorni seguenti saranno usati dai poteri pubblici per far ostacolare tutte le inchieste, con il tacito accordo dell’opinione pubblica. Il massacro sarà cosi’respinto dalla coscienza collettiva.
Jean-Luc Einaudi ha pazientemente ricostruito la successione degli avvenimenti, dopo aver consultato dei documento d’archivio inediti, i registri dei cimiteri parigini, la stampa dell’epoca, i testi ufficilai ed aver ascoltato più di un centinaio di testimoni diretti o indiretti. Racconta, ora per ora, caso per caso, come la polizia parigina abbia fucilato, annegato, massacrato a colpi di bastone Algerini disarmati. (…)”
tratto e tradotto da “La Bataille de Paris” di Jean-Luc Einaudi, éditions du Seuil, 1991.

Ecco alcuni passaggi tradotti da wikipedia france:

“Il massacro del 17 ottobre 1961 indica la repressione compiuta picchiando una manifestazione pacifica in favore dell’indipendenza dell’Algeria a Parigi. Secondo le stime, tra 32 e 325 magrebini sono morti sotto i colpi della polizia francese, allora comandata dal prefetto Maurice Papon. Decine di manifestanti sono state gettate nella Senna, tanti altri sono morti nei centri di detenzione nei quali sono stati rinchiusi per 4 giorni. Negato dalle più alte autorità dellè epoca, il massacro non ha iniziato ad essere oggetto di ricerche che a partire da metà degli anni ’70. e’ diventato conosciuto quando Murice Papon ha perso un processo di diffamazione contro uno storico (Einaudi ndd) nel 1999”.
La locandina di “Nuit Noire”.208_47442

Per maggiori informazioni in italiano ho trovato questo articolo di Claude Liauzu su Le Monde Diplomatique di febbraio 1999.
In francese si possono segnalare il sito dell’associazione 17 octobre

Posted on ottobre 17, 2007 by aquiestoy
2007-10-17

Angela Maria Rossi, la contadina di Alatri vittima innocente della crudeltà nazista.

Il 27 maggio 1944 la signora Angela Maria Rossi, nativa di Alatri (FR) e dimorante in Tecchiena viene impiccata dopo un processo sommario a Fiuggi (FR), con l’ accusa di aver tentato di avvelenare con metanolo alcuni soldati germanici. In realtà le cose stanno diversamente.Bisogna ricordare che dopo l’ 8 settembre i molti alberghi di Fiuggi erano stati trasformati in ospedali per i feriti provenienti da Cassino, e dopo i bombardamenti di Frosinone anche i comandi militari tedeschi e tutte le autoriità civili e militari della Rsi, dal capoluogo di provincia erano “sfollate” nel noto centro turistico, ritenuto più sicuro. Nei primi giorni di maggio del 1944 gli alleati sferrano un attacco decisivo alla linea Gustav, sfondando il fronte di Cassino e mettendo in fuga le truppe tedesche che devono ritirarsi verso nord portando tutto quanto può essere utile. Una lunga fila di automezzi risale la Casilina, abbandonandola all’altezza di Frosinone per deviare lungo la statale per Fiuggi, dove è sistemato un ospedale da campo. Da lì si sarebbe proseguito lungo la Sublacense fino a Rieti evitando cosi l’attraversamento della Capitale.E’ proprio in occasione di questo trasferimento che due soldati tedeschi di passaggio si fermano nella povera casa di Angela Maria Rossi, presso Tecchiena al km. 37 della SS 155 Frosinone-Fiuggi, intenta a mungere il latte da una mucca. Chiedono di mangiare delle ciliegie appena colte e subito dopo bevono a sazietà del latte caldo, appena munto e svuotano un fiasco di vìno, per poi proseguire il viaggio fino a Fiuggi. Arrivati presso il comando i due soldati accusano forti dolori addominali e vengono ricoverati all’ospedale da campo dove un infermiere emette una sbrigativa diagnosi di avvelenamento. E’ cosi che dal comando viene dato ordine di prelevare la contadina di Tecchiena e dopo averla picchiata selvaggiamente, viene caricata insieme al figlio diciottenne che la aiutava nel lavoro dei campi (e che poi riuscirà a sfuggire alla sorveglianza) su un camion e portata a Fiuggi, in Corso Nuova Italia, nei pressi di Piazza Spada sede del comando tedesco, dove subisce un processo sommario ed infine impiccata ad un traliccio della linea tranviaria Roma-Fiuggi, davanti al cancello dell’albergo Villa Igea,la povera Angela Maria fu trattenuta in quella posizione ed alla vista di tutti per ben tre giorni e sbeffeggiata dai soldati di guardia. Il tragico spettacolo viene immortalato dai fotografi militari tedeschi, oltre a restare indelebile nella memoria degli abitanti della località termale, costretti ad assistervi “come esempio”impiccata1Il fatto, peraltro registrato negli archivi dell’ ANPI del Lazio, tornò d’ attualità quando il giornalista Gianluca Di Feo rintracciò le cruente foto dell’ esecuzione, scattate cinquant’ anni prima, negli schedari del Bundesarchiv tedesco pubblicandola a corredo di un articolo su L’ Espresso del 25 aprile 2006. L’ opinione pubblica ciociara tornò a interrogarsi sul destino toccato a quella povera contadina, che se non era stata certo una partigiana, poteva però senza dubbio essere annoverata tra le vittime del nazismo. Per un pugno di ciliegie di troppo… Finalmente, il 17 marzo 2011, nell’ ambito dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’ Unità d’ Italia, il Comune di Alatri ha inserito il nome della sua sfortunata concittadina sul monumento ai caduti, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose.A Fiuggi, nel luogo del suo martirio, sul centralissimo Corso Nuova Italia, a pochi metri dalle fonti di acqua oligominerale famose in tutto il mondo dai tempi di Bonifacio VIII°, non c’è nulla che ricordi il tragico evento, nonostante una forte campagna stampa portata avanti a questo scopo dagli organi della stampa locale, primo fra tutti il mensile “Fiuggi”, memoria storica della cittadina ciociara. impiccata2Passano gli anni, cambiano gli amministratori della cosa pubblica ma nulla si muove al riguardo, certo la Rossi non risiedeva a Fiuggi eppure sarebbe cosa meritoria ricordarla. Se è comprensibile che non si voglia turbare l’ immagine della località temendo contraccolpi negativi al turismo d’ oltre Brennero (Fiuggi è da molti anni impegnata da un gemellaggio con la città tedesca di Helmstedt, con la quale intrattiene un proficuo programma di scambi culturali) ed al contempo non si voglia rinfocolare antichi rancori con la diffusione delle drammatiche foto, si potrebbe almeno aggiungere il nominativo della signora Angela Maria accanto alle vittime civili già ricordate nel monumento ai caduti. Oppure si potrebbe optare per un ricordo dall’alto significato morale: inserire, nel marciapiede antistante il luogo dell’ esecuzione una “pietra d’ inciampo” con solo nome e data, come fatto recentemente a Roma per le vittime della Shoah. Tanto più che recentemente è stato inaugurata una statua in memoria dei cittadini di Fiuggi che, dopo l’ 8 settembre ’43 trovandosi militari in varie parti d’ Italia scelsero di entrare nella resistenza e combattere per la libertà. Perchè allora non ricordare anche una povera donna, condotta insensatamente alla forca ? Per un pugno di “cerase”…

fonte Facebook Carlo Galeazzi